Forme concrete che emergono con plastica tattilità, ma come venute di lontano; luce sotto la quale la pelle delle cose si scalda e vibra sensibile, ma la cui chiarità permane inalterata, estranea alle ore del giorno. Le cose dipinte da Gian Paolo Dulbecco tendono alla rappresentazione per forza evocativa.

Da dieci anni a questa parte l'artista ha quasi abbandonato la rappresentazione realistica più o meno impressionistica. Più delle cose lo interessano le idee: «ogni mio quadro deve avere l'avvio da una idea» egli afferma. Naturale che gli artisti da lui prediletti siano Boecklin, De Chirico, Martini, tutti dentro il riverbero del grande amore per Piero della Francesca.

Alla tecnica tuttavia Dulbecco presta molta attenzione. Il colore a olio, modulato, senza stesure di tocco immediate e definitive, si giova di sovrapposizioni e soprattutto di velature; l'effetto è quasi di tempera grassa. Quasi sempre il clima generale ottenuto è di un caldo tonalismo un poco acidulo per la presenza del carminio o della garanza.

Dulbecco ama fare viaggi in luoghi remoti onde reperire immagini straordinarie da collocare nel recinto dei suoi quadri; la sua operazione pittorica ha le qualità dell'archeologia. Viaggi come avventure della memoria che conducono nell'oasi della mitologia, dove coesistono essenzialità, mistero, resistenza, perennità; dove gli avvenimenti hanno la solennità del rito.

Le letture preferite dall'artista sono saggi di storia, la storia antica. Le suggestioni odierne, la cronaca, il sensibile circostante, tutto ciò viene preso in considerazione solo se può regredire, affondare nel passato remoto e caricarsi di un recondito significato. Le immagini comunque, anziché corrose e confuse, si presentano integre e forti, sorgono nel mezzo del quadro piantate come monumenti. Le rocce, i muri sono gli elementi dominanti: architetture rupestri naturali e artificiali, isolate; elementi di un palcoscenico vicino, ma irraggiungibile. Il cielo è un velario appeso, talvolta, al disco del sole, alla falce della luna.

Scoperto è l'aspetto teatrale e l'amore per la scenografia.

Il quadro con la tenda rossa nel vano della finestra, sipario chiuso ad ostruire il nostro sguardo, coincide con «l'ermo colle» leopardiano: uno schermo dietro il quale possiamo fingerci mondi infiniti. L'ineffabile.

E dopo il sasso, in questo mondo arcaico, prima ancora delle piante, unico animale appare il cavallo. Non un cavallo inglese con la criniera setosa e il pelo lustro, ma la eroica scultura di esso, un quadrupede che ha abbattuto il piedestallo e che si esibisce sempre in pose epiche.

La sodezza ed essenzialità plastica, neoclassica in sostanza, riecheggiante per certi versi il «Novecento» italiano, di vituperata memoria, si complica in Dulbecco con umori romantici tedeschi — le ascendenze e gli studi del nostro non sono solo italiani —, come dire che alla solarità classica si accompagna una lunare, sottile malinconia. A ciò si aggiunga uno spiccato gusto ornativo. Con estrema onestà l'artista non ha mai smesso di cercare e di cercarsi; la sua maturazione spirituale va di pari passo con una raffinatezza espressiva che, se non vuole essere definitiva, risulta già molto convincente.

Dopo la serie delle ninfee, dei presepi e dei calvari, Dulbecco ha affrontato il mondo dei Tarocchi. Questi «segni» di una densità cosi assoluta, araldica sibillina dell'umano profondo, palestra e stimolo di molteplici ricerche artistiche.

 

Valerio Pilon
Milano, 1981

 

(c) by G.P. Dulbecco