Il mago ascolta
Il Neo-realismo magico di Gian Paolo Dulbecco

“Tutto ciò che è profondo ama la maschera”: quest’affermazione di Friedrich Nietzsche (Al di là del bene e del male) ben esprime la complessità di simboli, di idee, di significati, di sentimenti che si cela dietro l’azione e la raffigurazione del teatro. Certo il filosofo tedesco si riferiva soprattutto al teatro tragico classico, ma la sua considerazione resta validissima anche per la secolare commedia dell’arte italiana. E fra teatro e pittura, si sa, la parentela è molto stretta, in particolare a partire dal Sei-Settecento. Entrambi, teatro e pittura, ci rispecchiano: mettono in scena l’altra realtà, la finzione del visibile, la trama della vita, il sogno e la magia. Non per niente, in quei due secoli d’oro, molti pittori – da Callot a Watteau, dalla grande Scuola napoletana ai veneziani Tiepolo e Pietro Longhi – tessono l’elogio di Arlecchino, di Pulcinella e di Pierrot, che di Pulcinella è la versione francese. Un elogio che arriva dritto alla modernità – si pensi ai guitti e ai saltimbanchi del primo, sublime Picasso – e, qui da noi, alla Metafisica e al Realismo magico degli anni Venti del XX secolo: a De Chirico, Oppi, Casorati, Severini. Quest’ultimo indugia sul tema, trovandolo elettivo. Tre celebri capolavori di Gino Severini, distribuiti in una manciata d’anni – fra il 1923 e il 1927 – vedono infatti per protagonista Pulcinella, che vi incarna virtù e vizi dell’umanità, e soprattutto la malinconia e il fatalismo dell’anima mediterranea: “La famiglia del povero Pulcinella”, “I giocatori di carte”, “Il demone del gioco”. Ma le carte, qui, sono anche l’emblema dell’enigma, della sorte, del Caso universale che scompagina i destini degli uomini, incapaci di interpretarne le vie nonché i capricci. Proprio come avviene sul palcoscenico del teatro pirandelliano. Questo retaggio di nobilissima cultura figurativa e di sempre attuali ammonimenti morali nutre oggi l’opera di Gian Paolo Dulbecco, pittore e artista dai mezzi qualitativi straordinari, che – ora nel pieno della sua maturità - rivisita quel vicino passato adeguandolo all’occhio contemporaneo. Nel suo linguaggio pittorico forbito e raffinato, modulato sulle procedure tecniche della più aulica tradizione da cavalletto, fatto di delicatissime, pazienti velature e di impaginazioni sempre studiate anche quando appaiono semplificate, Dulbecco accentua e persino enfatizza la dimensione e l’atmosfera dello spaesamento, dell’interrogativo universale, impersonati dai protagonisti di questi suoi piccoli deliziosi quadri: personaggi e mascherine che scrutano il vuoto con espressioni fra l’ansia e la perplessità, leggono il responso delle carte, si stringono in muti conciliaboli, ammansiscono rinoceronti dureriani, innalzano solitari concerti di flauto sulla soglia di architetture misteriose, architetture scenografiche ma incongrue, un po’ teatrali un po’ circensi, un po’ alla Escher un po’ alla Fellini. I Pulcinella biancovestiti di Dulbecco sono i pifferai magici del Mistero, i custodi e i mastri di porta della nostra incertezza esistenziale, ma ci additano anche il chiarore della Luna, quella magia della finzione artistica dove le tessere del Caso possono montalianamente ricomporsi, disegnando finalmente un verdetto nitido.

Ma c’è un’altra lettura possibile, e forse più sottile, del Pulcinella di Dulbecco. Nei suoi perfetti dipinti, infatti, questa maschera assurge a figura emblematica, taumaturgica, al pari di quella del mago o del cartomante, dell’istrione oracolare al quale affidiamo la divinazione del nostro futuro, l’esito dei nostri desideri impossibili. Come l’antica e popolare statua di Pasquino a Roma – da millenni fatta segno di speranze e di disillusioni, di invocazioni e di insulti, di aspettative e di amare delusioni –, così il Pulcinella di Dulbecco ascolta la complessità della nostra anima moderna, pronto a esaudirci o forse a farsi gioco di noi. Egli è il mago che ascolta e non promette, ma allude e seduce. A ben guardare, il Pulcinella di Dulbecco è uno psicologo sui generis, un medicus animae che intercetta e traduce il nostro inconscio e il nostro bisogno di vie di fuga nel fantastico, nell’onirico, nel meraviglioso. È psicologo e anche psicagogo, quasi una guida spirituale nel mondo cifrato dell’arte, dove il sortilegio e la prosaicità della commedia umana si incontrano. Con lessico nuovo, la singolare figurazione di Dulbecco, i suoi personaggi in maschera, gentili e insieme sfuggenti, assolvono al sempiterno gioco delle parti, alla funzione propria dell’arte, che è quella di illuderci, ben sapendo però che di una finzione si tratta.

La pittura elegante di Dulbecco, il suo notturno Neo-realismo magico calibrato su perfetti accordi di azzurri, di violetti, di prugna, di verdi, di luci teatrali ed opalescenti, documenta le incoercibili e sempre attuali risorse poetiche della pittura, la mirabile alchimìa di sensi e di Senso che abita l’immagine.

 

Domenico Montalto
Novembre, 2004

 

(c) by G.P. Dulbecco