Gli spazi nell'opera di Gian Paolo Dulbecco parlano dei labirinti della coscienza, attraverso i simboli della memoria disseminati in immensi perimetri. L'assorta dimensione onirica ed il sentire dolcemente inquietato, proprio della Metafìsica, conducono la visione all'essenziale come all'inizio di un viaggio iniziatico.

Nell'atmosfera sospesa, dove il tempo è già tutto nel concepirlo, lo sguardo dell'artista va alla ricerca di un centro polarizzatore e dell'identità del vuoto, in un luogo privo di ogni fisicità, innalza città protostoriche e cattedrali per pellegrinaggi dell'immaginazione. Il superamento del legame con il presente e con la realtà consente a Dulbecco di rinvenire una spiritualità primigenea. E per difenderla dagli assalti del dubbio diventa architetto di scrigni magici. La lettura dellasua opera , superati i riferimenti immediati al Novecento, dalla Metafisica di Carrà e di De Chirico, al Surrealismo di opere tarde di Magritte ("II castello dei Pirenei", 1961), mi pare giusto condurla, per sedimento culturale, agli enigmatici luoghi di Piero.

Si avverte, infatti, che qualcosa di prezioso e di sacro è custodito tra forme, per conseguenza, inconsuete. Quanto di divino è concepibile diventa, così, intimo. Un'intimità profonda e arcana che richiede la consacrazione senza la quale ogni indagine è vana e che l' artista rende inaccessibile e trasparente. Come in molte opere di Piero le architetture narrano, indipendentemente da gestualità umane, del tema dell'immortalità. La materia diviene, così, lieve e la forma permeabile.

Lo spazio è dominato da un dilagante senso del vuoto. Un tema, questo, presente fin dai primi anni Ottanta, con levità e con tratto essenziale e limpido. Nelle opere di Dulbecco, seguendo le tracce della rinascenza italiana, è presente una simbiosi antica tra l'architettura umana e quella di natura. Il cielo assume la connotazione di palazzo celeste, presenza reale ed insieme tempio della spiritualità. In ogni luogo vive e si consuma il cosmo anche quando pare pietrificato e immutabile. In più, i monolitici geometrismi di architetture protostoriche, rivisitate con inserimenti vicini al Gotico Internazionale, teorizzano un preci- so ordine emozionale che conduce all'elevazione dello spirito. Ma al tempo stesso si avvertono anche come luogo dei sentimenti intimi, come seno. In questo approccio totale con la psiche, le facciate diventano maschere, schermo, apparenza.

E la maschera torna nella sua accezione propria in molti lavori dove Pulcinella, più vicina al Tiepolo che alla iconografia legata alla Commedia dell'Arte, indaga lo spazio, la sua origine, i meandri, le nudità. Allo stesso modo, i tempietti, gli archi, parlano la simbologia dello spirito e diventano i percorsi aerei della coscienza. Alla base si può reperire l'istintualità e le zone inconsce. Ricorre con frequenza la porta come non luogo, transito tra stati e dimensioni, elemento misterico e potenzialmente dinamico.

L'artista disputa, così, sulla conoscenza, collegandola a volte con il topos della caverna, rappresentato da nicchie, e sul significato escatologico dell'oltrepassamento della soglia: aspetti della pittura di Dulbecco, reperibili nella "Natività" presso la chiesa di San Biagio in Monza, dove non è mediata la citazione dei primitivi italiani. In quest'opera tutta la rappresentazione diacronica è astratta. La tensione più che alla narrazione si rivolge all'espressione del concetto nella sua accezione assoluta. Aspetto accresciuto dalla sensazione metatemporale che avvolge la scena. In altri lavori si svolge una favolistica misteriosa e malinconica in cui è assente ogni traccia dell'umano.

Dagli "Orti di Semiramide" alle torri con giardini pensili che non trascurano il mito di Babele, l'artista evoca l'artificio primordiale, parla di costruzioni come metafore, ma sprofondate al loro interno come immensi pozzi, voragini, discese infernali di tradizione medioevale. Ricorre sovente, accanto a questi elementi, l'albero come architettura e cosmo vivente, simbolo di ascensione e di rigenerazione. Avulsa la vegetazione d'ambiente, l'albero appare astratto, spettrifìcato e scultoreo. Appartiene, come veicolo di una spiritualità trionfante, alle forme della storia. È, così, l'albero della conoscenza del bene e del male, è l'albero della Croce, ma è soprattutto l'espressione della tradizione alchemica che transita nella simbologia analitica.

L'opera di Gian Paolo Dulbecco risulta organica, dal codice narrativo ben individuato e sicuramente partecipe dell'intera coscienza storico artistica. Essa è percorsa da una vena surreale, necessitata ad un annuncio silenzioso. Lo spazio è misterioso perché l'artista lo trasfonde nelle cose. In questo modo ogni cosa assume ruolo e significato spaziale. L'immagine leggera e la progressione visiva contribuiscono a rendere ogni forma architettura e l'insieme una favola rivelata. Vive, così, una dimensione omogenea, dove lo spazio non è scandito dalla luce e dove i volumi sono incastonati con levità, come intarsi lignei.

Nel contempo, le forme non paiono gravate dalla massa e per questo l'equilibrio della visione non è inquietato dall'alternanza del pieno con il vuoto. Anche nella scelta del colore, l'artista tende a soluzioni armoniose e mai fratte. Le sue opere sono, per questo, prive di forti contrasti cromatici soprattutto in funzione di rappresentare la totalità del reale. Ed è proprio la rappresentazione della totalità del reale a costituire l'unità logica dell'intera produzione di Dulbecco che, dal particolare all'insieme, non fa mutare la coscienza dello spazio che è tutta nella consapevolezza della struttura spirituale dell'esistere.

 

Claudio Caserta
Il Giornale di Napoli
1993

 

(c) by G.P. Dulbecco